Il Reato di Usura

IL REATO DI USURA

CAP. 1: CENNI GENERALI

1.1 Prefazione

“Chi è tosato da un usuraio non mette più pelo”.
Uno dei proverbi popolari che rende meglio l’idea dei danni provocati alle vittime dell’usura.

Ma chi era-chi è l’USURAIO?

Consultando il Vocabolario della lingua italiana Treccani, in corrispondenza della voce usuraio si può leggere: “Anticamente, chi prestava denaro a interesse; poi, chi pretendeva un interesse eccessivo; oggi, chi esercita l’usura, strozzino”.

L’usura è un fenomeno storico, che si è sviluppato nella società da quando l’uomo ha iniziato a vivere in un contesto sociale relazionandosi con il prossimo. Reato che, nei secoli, ha assunto caratteristiche e significati ben diversi.

L’etimologia del termine usura è latina: deriva da usus, che indica l’utile che va riconosciuto al creditore in aggiunta alla restituzione del bene mobile o del denaro ottenuto in prestito.

In seguito, con l’evoluzione dei traffici e con lo sviluppo di una nuova società mercantile di tipo capitalistico, l’uso della parola fu ristretto ad indicare quei prestiti che comportavano un eccessiva gravosità dell’impegno finanziario del debitore: gli esorbitanti tassi applicati rendevano il rimborso molto difficile o addirittura impossibile.

Oggi, gli “esperti dell’usura” vengono considerati gli strozzini: soggetti che indossano una preziosa maschera da benefattori accomodanti, che corrono in aiuto di famiglie, commercianti ed artigiani, e piccoli imprenditori, bisognosi di denaro ma impossibilitati a rivolgersi al sistema bancario a causa delle eccessive e onerose garanzie richieste, nonché dei lunghi tempi
di istruttoria per accedere al credito. L’arma è a doppio taglio, infatti, questi “cravattari”, senza licenza né pietà, richiedono interessi spropositati su qualsiasi somma data a prestito e magari anche altre pesanti condizioni, facendo così accuratamente un bel cappio al collo ai propri clienti-vittime, soffocandoli sino alla morte.

Il fenomeno dell’usura è andato dilagando in Italia in modo preoccupante e sembra essersi distribuito equamente, benché colpisca di preferenza le città rispetto alle campagne e il Mezzogiorno piuttosto che il resto del paese. Un pentolone, tuttavia, che comprende di tutto: dallo strozzino di quartiere all’usura di mafia (estorsione) e della criminalità organizzata.

E’ un crimine tanto vasto, quanto taciturno e sconosciuto: poiché le vittime versano tipicamente in un particolare stato di dipendenza psicologica nei confronti dell’usuraio, gli accertamenti da parte delle autorità investigative sono spesso particolarmente difficoltosi. Questo silenzio assordante solo raramente viene rotto da un eclatante fatto di cronaca, come il suicidio di un “disperato” o l’arresto di un temuto “carnefice”, o da un’inchiesta giornalistica o televisiva. Per ricadere il tutto, subito dopo, nell’oblio.

Tra i casi manifestatisi, uno, particolarmente raccapricciante, è rimbombato recentemente sui giornali (La Gazzetta dello Sport-Il Messaggero-Il Corriere della Sera-La Repubblica, 12 novembre 2014), in tv e per radio: Domenico Spada, ex pugile professionista e campione del mondo pesi medi e attuale commentatore sportivo su La7, lo si osserva nei panni di un usuraio.

Un imprenditore romano, titolare di un bar, nell’agosto 2013 esplose chiedendo disperatamente aiuto ai carabinieri del gruppo Frascati per i ricatti e le minacce fisiche che andava subendo dal 2009. Dopo un anno di indagini, coordinate dalla procura di Roma, sono scattati gli arresti per “l’apprezzabile” Domenico Spada, suo padre e due donne legate al clan dei Casamonica, ritenuti responsabili di usura aggravata. La vittima, non avendo ottenuto all’origine un prestito bancario, finì facilmente prigioniera in un tunnel buio senza fine di crediti non saldati: vennero estorti interessi dell’800 per cento con la richiesta finale di € 600.000,00 a fronte di un prestito di € 140.000,00. Bar, casa e soldi in poco tempo furono così polverizzati dagli strozzini.

Il successo dell’operazione si spera sproni le vittime a denunciare e capire che quella della legalità è l’unica strada illuminata per uscire dal tunnel dell’usura.

Proprio per lo spaventoso allargamento di questa piaga, economica e sociale, occorre guardarsi attorno con occhi ben aperti perché adesso il “cravattaro” può avere/ha anche il colletto bianco: coloro che si macchiano del reato di usura talvolta rivestono le qualifiche professionali più insospettabili. Si rimane increduli, infatti, venendo a conoscenza e constatando che queste problematiche si annidano anche nei rapporti tra istituti di credito-banche e i propri clienti (aziende e privati).

Ebbene sì, l’usura si nasconde anche in banca (usura bancaria).

In un sistema finanziario sempre più articolato e ricco di normative non del tutto recepite, può avvenire infatti che gli istituti bancari applichino contrattualmente delle condizioni che esulano da quanto previsto dalla norma ed esiste oggi la possibilità per il cliente di chiedere la restituzione delle somme indebitamente trattenute dall’ente, in sede extragiudiziale, recuperando in tal modo liquidità.

In ambito legislativo, della questione dell’usura se ne occupa:

  • Il Codice Penale italiano, approvato con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398 (Gazzetta Ufficiale 26 ottobre 1930, n. 251):

libro II “Dei delitti in particolare”, titolo XIII “Dei delitti contro il patrimonio”, capo II “Dei delitti contro il patrimonio mediante frode”, artt. 644 “Usura”, 644-bis “Usura impropria” e 644-ter “Prescrizione del reato di usura”

  • Introduce come fattispecie normativa il fenomeno usurario.
  • Il Codice Civile italiano, approvato con Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 262 (Gazzetta Ufficiale 4 aprile 1942, n. 79).
  • La legge 7 marzo 1996, n. 108, “Disposizioni in materia di usura” (Gazzetta Ufficiale 8 marzo 1996, n. 58), entrata in vigore il 24 marzo 1996.

Introduce importanti novità nel quadro normativo in materia d’usura:

l’art. 1, al comma 1, cambia profondamente la fisionomia del pregresso art. 644 c.p., mentre al comma 2, abroga l’art. 644-bis c.p.;

l’art. 4 modifica radicalmente il comma 2 dell’art. 1815 c.c.;

l’art. 11 inserisce nel nostro ordinamento l’art. 644-ter c.p.

Di seguito si entrerà nel dettaglio della tematica dell’usura, considerando tali fonti legislative come patrimonio irrevocabile sul quale si basa la normale vita di tutti – LA LEGGE.

1.2 Usura oggettiva

Il 7 marzo 1996, con la legge 108, il Parlamento, promulgando le “Disposizioni in materia di usura”, andò a riscrivere all’art. 1, comma 1, l’art. 644 c.p. del 1930.

Nell’originaria formulazione della norma si andava a punire chi “approfittando dello stato di bisogno di una persona, si fa da questa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, interessi o altri vantaggi usurari”.

Nel novello art. 644, comma 1, c.p., è stata di fatto ampliata la concezione di usura reale, già esistente accanto a quella pecuniaria: l’oggetto della prestazione usuraria fa riferimento infatti ad una “prestazione di denaro o di altra utilità”, comprendendovi, quindi, anche le prestazioni di servizi o di attività professionali e quelle aventi ad oggetto beni immobili. Si sottolinea inoltre l’assenza di qualsiasi riferimento alla situazione di debolezza economica della vittima del reato: il presupposto soggettivo dell’approfittamento, da parte del soggetto attivo, dello stato di bisogno dell’usurato, non è più richiesto affinché si perfezioni il delitto e vale ora solo come circostanza aggravante (art. 644, comma 5, n. 3, c.p.).

Particolare attenzione deve ricadere sul fatto che la L. 108/96 ha considerato, innovativamente, il detto articolo quale norma specifica per la rilevazione oggettiva dell’eventuale usura applicata dagli operatori finanziari, equiparandoli all’usuraio delinquenziale. Precedentemente, infatti, non era stabilito quando gli interessi potessero qualificarsi come usurari e il compito era affidato al prudente apprezzamento dell’Autorità giudiziaria; poi, si è così introdotto un sistema in grado di agevolare l’interprete nella verifica dell’usurarietà dei tassi applicati a singoli contratti e nelle conseguenti valutazioni.

Tale fattispecie di usura (ipotesi base) può definirsi per l’appunto oggettiva o presunta; viene disciplinata dal combinato disposto del comma 1 (come sopra citato) e 3 (prima parte) dell’art. 644 c.p., ed è così descritta: “Chiunque … si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito … La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”.

Viene definito chiaramente che è la legge e non la Banca d’Italia a stabilire il tetto massimo oltre il quale la corresponsione di interessi (o di altri vantaggi) è considerata sempre usuraria, indipendentemente da qualsiasi valutazione discrezionale da parte del giudice sulle condizioni del soggetto passivo e sull’atteggiamento psicologico del soggetto attivo.

Sembrerebbe che, in materia, il legislatore italiano si sia ispirato ai colleghi francesi, i quali istituirono, ben anticipatamente, un tale sistema per la valutazione dell’usurarietà degli interessi.

Ne consegue che la norma di cui all’art. 644 c.p. si presenta come una norma parzialmente in bianco in quanto per determinare il contenuto del precetto penale (il tasso limite) occorre far riferimento ad una fonte esterna diversa di natura amministrativa.

L’art. 2, comma 4, della L. 108/96 precisa infatti:

“Il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso [effettivo globale] medio [riferito ad anno] risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà” [TEGM + 50.00%].

Il Decreto Legge 13 maggio 2011, n. 70, in vigore dal giorno seguente e convertito in legge 12 luglio 2011, n. 106, mutò il citato comma 4: il limite oltre il quale gli interessi sono ritenuti usurari va calcolato aumentando il Tasso Effettivo Globale Medio di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali [(TEGM + 25.00%) + 4.00%].

L’incipit della modifica partì per opera della Comunità Europea che, reputando eccessivo il cinquanta percento di errore contabile a favore degli istituti finanziari, chiese un suo adeguamento. La percentuale venne così abbassata al venticinque percento (allineamento alle norme europee), ma i banchieri italiani ottennero poi quattro punti percentuali secchi aggiuntivi. La realtà che ne deriva è scandalosa: con questo nuovo metodo di calcolo si andò addirittura ad aumentare la forbice tra il tasso medio e quello limite (la differenza tra i due non può essere superiore a otto punti percentuali), tanto che le banche provarono anche, vanamente, a domandare la retroattività.

Ad esemplificazione di quanto sopra, se il tasso medio è del 10.00%, il tasso limite per i contratti antecedenti al D.L. 70/2011 era 15.00% (10.00% + 5.00%) e per i successivi è 16,50% (10.00% + 2,50% + 4.00%).

Ciò, tuttavia, non significa che l’illecito non venga commesso, anzi continua ad essere presente in percentuale prevalente.

Il tasso limite viene chiamato tasso-soglia ed è semplicemente un parametro oggettivo, un elemento numerico certo, che accende il semaforo rosso ogni qual volta venga superato: il corrispettivo è usurario quando il tasso d’interesse effettivo applicato dall’ente erogatore risulta maggiore del tasso soglia di usura, riferito a quel periodo (trimestre).

L’art. 2, comma 1, della L. 108/96, chiarisce che il Tasso Effettivo Globale Medio comprende le commissioni, le remunerazioni a qualsiasi titolo e le spese, fatta eccezione quelle per imposte e tasse (principio dell’onnicomprensività dell’interesse; come riportato anche all’art. 644, comma 4, c.p.: “Per la determinazione del tasso d’interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” ) e si riferisce agli interessi annuali praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati nel trimestre precedente per operazioni della stessa natura. Spetta alla Banca d’Italia rilevare trimestralmente i Tassi d’interesse Effettivi Globali Medi (la prima rilevazione trimestrale è del marzo 1997), poi emanati, con Decreto Ministeriale, dal Ministro del Tesoro (oggi Ministero dell’Economia e delle Finanze), nella Gazzetta Ufficiale e sui rispettivi siti.

Si sottolinea che è rimesso ai due organi il solo compito residuale, non di “determinare” le soglie di usura, bensì di “rilevare”, nel senso di fotografare, l’andamento dei tassi di mercato (il tasso soglia è ancorato ad un parametro prefissato, per quanto variabile, fondato su rilevazioni statistiche di natura finanziaria).

Proseguendo la lettura del secondo comma dello stesso articolo si evince che il Ministro del Tesoro, sentita la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi, è anche competente a classificare annualmente, tramite decreto, le operazioni per categorie omogenee, tenuto conto della natura, dell’oggetto, dell’importo, della durata, dei rischi e delle garanzie. Il tutto con annessa pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Per conoscere i Tassi Effettivi Globali Medi-Tassi Soglia rilevati per il periodo 1°gennaio-31 marzo 2015, relativi a tutte le categorie di operazioni individuate, si vada al sito www.bancaditalia.it/vigilanza/contrasto_usura/tassi.

Facendo un inciso sulla Banca d’Italia, la Banca Centrale della Repubblica Italiana, parte integrante dal 1988 del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), è lei a ricoprire un ruolo cruciale nell’ambito del contrasto all’usura.

Innanzitutto, emana le “Istruzioni per la rilevazione dei Tassi Effettivi Globali (TEG) Medi” (le prime risalgono al 30 settembre 1996), che tengono conto delle caratteristiche tecniche delle diverse operazioni di finanziamento.

Infatti, vi è una formula specifica da applicare per il calcolo del TEG (con indicazione anche del trattamento delle varie competenze ed oneri):

  • per le categorie: apertura di credito in conto corrente, anticipo su credito e sconto di portafoglio commerciale, factoring e credito revolving. Per questi finanziamenti a utilizzo flessibile vengono rilevati i tassi praticati nel trimestre per tutti i conti in essere, anche se si tratta di contratti stipulati in precedenza. Questi TEG sono sensibili alle variazioni di mercato, fermo restando quanto disposto dalla legge in materia di variazioni contrattuali unilaterali, e pertanto periodicamente sottoposti a revisione.
  • per le categorie: credito personale, credito finalizzato all’acquisto rateale, leasing, mutuo, prestito contro cessione del quinto dello stipendio e della pensione, ed altri finanziamenti a breve e a medio/lungo termine.Per questi finanziamenti con un piano di ammortamento predefinito, i tassi rilevati si riferiscono ai nuovi contratti stipulati nel trimestre e la verifica sul rispetto delle soglie viene compiuta solo al momento della stipula del contratto.

…come disposto nei “Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura” del 3 luglio 2013 della stessa Banca d’Italia.

Queste Istruzioni sono costantemente aggiornate per tenere conto dell’evoluzione della normativa in tema di contratti bancari e dell’innovazione finanziaria.

La Banca d’Italia, quale organo di vigilanza e di indirizzo delle banche e degli altri intermediari finanziari, verifica che questi si attengano ai predefiniti criteri tecnici di calcolo del TEG e alla relativa segnalazione (ex post) trimestrale. Proprio dall’aggregazione statistica dei TEG segnalati viene individuato il TEGM (valore medio del tasso effettivamente praticato dal sistema bancario e finanziario a categorie omogenee di operazioni creditizie nel trimestre precedente) e il conseguente tasso limite, il cui rispetto deve essere vigilato dalla medesima banca.

Le tabelle con i tassi soglia devono essere, inoltre, correttamente esposte dagli enti creditizi e pienamente accessibili alla clientela (art. 2, comma 3, L. 108/96).
In questa ipotesi base di usura oggettiva il bene giuridico/il valore tutelato dalla legge è sicuramente l’ordine nel mercato del credito: chiunque presti soldi non può farlo richiedendo o percependo un corrispettivo (interesse non solo nominale, ma “effettivo” e “globale”) superiore a quello stabilito periodicamente dalla legge, tramite l’autorità amministrativa (limite massimo oggettivo ai tassi). Quindi, sostanzialmente, si mira al corretto svolgimento delle relazioni economiche nel mercato del credito.

Occorre inoltre tener conto che questo fenomeno criminoso può assumere, oltre alla forma della prestazione, anche quella della mediazione usuraria (art. 644, comma 2, c.p.).

Quest’ultima fattispecie, qualificata come titolo autonomo di reato (“fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma”- delitto di usura oggettiva), incrimina la condotta del cosiddetto mediatore (per la qualifica di tale figura può farsi ricorso all’art. 1754 c.c.), colui che, intromettendosi tra chi presta e chi riceve (soppiantato lo “stato di bisogno” in cui versava la vittima) denaro o altra utilità (sostituente l’originaria espressione “cosa mobile”), si assicura un esorbitante guadagno (“compenso usurario”) per l’opera di mediazione offerta. Tuttavia, se questi ha contribuito alla stipula di un contratto di per sé usurario (è complice dell’usuraio) allora viene ad integrarsi il comma 1 dell’art. 644 c.p. ed egli stesso va considerato imputabile di concorso nel reato di usura.

La ratio della norma è quindi quella di tutelare il soggetto passivo anche nei confronti di chi, pur non concorrendo, in via generale, nell’usura, si sia adoperato per metterlo in contatto con il finanziatore-usuraio, pretendendo per questo un compenso usurario (definito, nella migliore delle ipotesi, in virtù della previsione dell’art. 644, comma 3, c.p., di cui si tratterà oltre). Viene così colpita la pattuizione per la mediazione in quanto usuraria; ciò significa che è irrilevante il fatto che anche la prestazione procurata abbia natura usuraria.

1.3 Usura soggettiva

Causa di usura si è vista essere l’applicazione di interessi, compensi o altri vantaggi che eccedono il tasso soglia stabilito dalla legge; quest’ultimo costituisce pertanto il dato obiettivo con cui confrontarsi.

Talvolta tuttavia, ferma restando la predetta ipotesi di usura oggettiva-presunta (applicabile come regola generale), il reato può derivare dalla presenza di circostanze che rendono gli interessi legittimi, in quanto pattuiti entro soglia (perciò non troppo distanti dal tasso medio praticato), comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro concessa, e quindi usurari-illegittimi.

Questa seconda fattispecie di usura risulta chiaramente più delicata, data la particolare attenzione che si deve riporre nel determinare quali siano le circostanze di riferimento.
L’art. 644, comma 3 (secondo periodo), c.p., la descrive prevedendo: “Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite [tasso soglia trimestrale], e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato [dal sistema bancario e finanziario al tempo della concessione del credito] per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

Tale tipologia di usura, che valorizza la situazione soggettiva del debitore, viene definita soggettiva o concreta e ricorre quando il soggetto agente è consapevole tanto della sproporzione fra le prestazioni contrattuali, quanto delle condizioni di difficoltà in cui versa la persona offesa.

Spogliando questa figura, un primo requisito da analizzare è proprio quello delle condizioni economico-finanziarie della parte che accetta di pagare/paga il corrispettivo usurario. Elemento, questo, già presente nella cosiddetta usura impropria, di cui all’art. 644-bis c.p., in vigore dal 1992 (introdotto dalla legge antimafia del 7 agosto 1992, n. 356) al 1996 (abrogato dall’art. 1, comma 2, della L. 108/96, ma rientrante nella circostanza aggravante di cui all’art. 644, comma 5, n. 4, c.p.): “Chiunque … approfittando delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge un attività imprenditoriale o professionale, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, interessi o altri vantaggi usurari, è punito …”. Inciso che si era reputato necessario con la sempre maggiore diffusione di prestiti usurari concessi dalle associazioni mafiose agli imprenditori, temporaneamente carenti di liquidità.

Sull’usura in concreto è anche intervenuta recentemente la Corte Penale di Cassazione, precisandone i principi di accertamento (Cass., sez. II pen., 7 maggio 2014, n. 18778).

La Suprema Corte riconduce, invertendo (presumibilmente in un refuso), la “condizione di difficoltà economica” della vittima ad una “carenza, anche solo momentanea, di liquidità, a fronte di una condizione patrimoniale di base nel complesso sana”, mentre, la “condizione di difficoltà finanziaria” viene ricondotta all’“insieme delle attività patrimoniali del soggetto passivo, ed è caratterizzata da una complessiva carenza di risorse e di beni” (II principio).
Queste condizioni, che contribuiscono ad integrare la materialità del reato, vengono inoltre ben distinte dallo “stato di bisogno”, costituente, anche per questa seconda fattispecie di usura, requisito per la configurabilità del reato secondo l’originaria formulazione dell’art. 644 c.p. ed attualmente rilevante come causa di aggravamento della pena, ai sensi del comma 5, n. 3, del medesimo articolo, nella formulazione introdotta all’art. 1 della L. 108/96.

Il concetto di “difficoltà economica o finanziaria” denota, infatti, una condizione meno gravosa e meno compromessa, “tale da privare la vittima di una piena libertà contrattuale, ma in astratto reversibile”, rispetto allo “stato di bisogno”, “consistente in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile … che … comportando un impellente assillo, compromette fortemente la libertà contrattuale del soggetto” (III principio).

Da considerare che, in una precedente sentenza, la Cassazione aveva ricondotto lo “stato di bisogno della persona offesa” all’“effettiva mancanza di mezzi idonei a sopperire ad esigenze definibili come primarie, cioè relative a beni comunemente considerati come essenziali per chiunque” (Cass., sez. II pen., 8 marzo 2000, n. 4627).

Nella vigente fattispecie di usura concreta non è pertanto richiesto lo stato di bisogno (che designa ipotesi nelle quali risultano pregiudicate le più elementari esigenze di vita), quindi anche difficoltà che non raggiungono tale intensità possono essere considerate ai fini del reato.

L’usurarietà soggettiva degli interessi, per contro, non può essere dichiarata e sanzionata valutando meramente la pattuizione di un tasso (quello del caso concreto), inferiore alle soglie ma superiore al tasso medio praticato, in presenza di una difficoltà economica del cliente. Occorre e rileva, pertanto, l’arduo esame giuridico della situazione concreta e soggettiva del soggetto debitore, in tutti i suoi aspetti, ossia, l’accertamento degli elementi dell’usura concreta; proprio la Cassazione rimette ciò alla discrezionalità interpretativa del giudice, fissando tuttavia il principio che “le condizioni di difficoltà economica o finanziaria della vittima vanno valutate in senso oggettivo, ovvero valorizzando parametri desunti dal mercato, e non meramente soggettivo, ovvero sulla base delle valutazioni personali della vittima, opinabili e di difficile accertamento ex post” (IV principio).

Secondo particolare (non per importanza) da mettere in rilievo in questa figura di usurarietà è l’introduzione della nuova nozione normativa di “interessi … comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro (al capitale prestato) o di altra utilità”, valutati alla luce delle “concrete modalità del fatto”, ossia, della concreta situazione economica-finanziaria (soggettiva) del soggetto finanziato che li ha dati o promessi. La sproporzione tra le prestazioni delle parti, tale da alterare in modo rilevante il rapporto di corrispettività, non è quindi un valore quantitativo bensì qualitativo.

Se nell’ipotesi base dell’usura oggettiva l’interesse tutelato risultava essere l’ordine economico, in questo secondo caso è bene far rientrare anche il patrimonio delle imprese (di medie e piccole dimensioni) e delle famiglie (consumatori) che versano, anche temporaneamente, in difficoltà economiche (di tipo patrimoniale) o finanziarie (relative alla liquidità). Il capitale non può, infatti, essere depauperato mediante la stipula di contratti contenenti clausole che prevedono, nel rispetto formale dei limiti d’usura, un costo del credito esoso, sproporzionato rispetto alle condizioni e alla natura del finanziamento. Vi è quindi protezione, all’interno del mercato del credito, delle soggettività deboli.

Molti autori reputano che questa fattispecie di usura soggettiva o in concreto sia collegata a quella oggettiva o presunta da un implicito nesso di sussidiarietà, indossando le misere vesti di ipotesi “residuale” del reato. Niente in realtà giustifica tale classificazione: si tratta di due fattispecie distinte e alternative di realizzazione del delitto di usura e non è detto che l’approfittamento, da parte del soggetto attivo, delle condizioni di difficoltà economiche o finanziarie del debitore, si possa eventualmente valutare solo dopo aver verificato il presunto debordo del limite di usura negli interessi, nelle commissioni e altre spese, praticati dagli enti creditizi; come se, quindi, escluso il primo caso, il secondo rappresenti l’ultimo appiglio per dar prova dell’usura.

Venendo ai riflessi civilistici dell’usura, in particolar considerazione soggettiva, si deve esaminare l’ipotesi della rescissione per lesione disciplinata dall’art. 1448 c.c.; la funzione di quest’ultima all’interno del sistema si esplicita pertanto nel reprimere civilisticamente il fenomeno criminale usurario.

Ma entriamo nel dettaglio…

L’istituto della rescissione va considerato tra le varie forme di scioglimento del contratto; riguarda un vizio genetico sorto al momento della conclusione del contratto stesso (squilibrio originario) e si scinde in due tipologie:

Rescissione per stato di pericolo (art. 1447 c.c.: contratto concluso in istato di pericolo)

Rescissione per stato di bisogno (art. 1448 c.c.: azione generale di rescissione per lesione)

Attraverso l’azione di rescissione, quindi, si permette al soggetto che ha concluso un contratto in condizioni di pericolo o di bisogno di sciogliersi dallo stesso quando queste condizioni hanno cagionato delle notevoli sproporzioni tra prestazioni contrattuali.

Lo strumento della rescissione ha così portata generale ed è utilizzabile per qualsiasi pattuizione squilibrata e per ciò iniqua.

Fermandoci allo studio della seconda categoria, si osserva che la rescissione opera in casi ben precisi e molto limitati, richiedendo la simultanea ricorrenza di tre requisiti-presupposti :

  1. una parte, vittima, si deve trovare in uno stato di bisogno (di precarietà) tale da essere indotta anche ad accettare offerte svantaggiose.
  2. l’altra parte deve conoscere lo stato di bisogno altrui e ciò equivale al relativo approfittamento.
  3. deve esistere una sproporzione tra le prestazioni delle parti, tale per cui la parte lesa deve aver eseguito o promesso una prestazione che valga più del doppio di quella ottenuta come corrispettivo (lesione ultra dimidium) e il momento preso in considerazione per l’indagine sullo squilibrio è quello della conclusione del contratto.

Solo in questo caso la parte danneggiata (contraente debole che ha stipulato in stato di bisogno) può domandare la rescissione del contratto (altrimenti potrà agire per il risarcimento del danno) e, inoltre, affinché l’azione possa esperirsi, la lesione deve perdurare fino al tempo della proposizione della domanda (prescrizione annuale). La parte approfittatrice può tuttavia mantenere in piedi il contratto facendo l’offerta al giudice di ricondurre lo stesso ad equità.

L’eventuale sentenza che proclama la rescissione ha natura costitutiva ed elimina il contratto con efficacia retroattiva tra le parti, liberando dall’obbligo di adempimento delle prestazioni contrattuali e imponendo la restituzione di quanto già adempiuto.
Tuttavia, mentre l’istituto della rescissione nel tempo non ha subito alcuna modifica, la riforma del 1996, come detto precedentemente, ha ampliato la disciplina del reato d’usura, sia impiegando il termine “difficoltà economica-finanziaria” in luogo di “stato di bisogno”, sia eliminando dalla struttura del delitto il requisito psicologico dell’approfittamento.
Si deve considerare però che la giurisprudenza civilistica ha da tempo interpretato estensivamente il concetto di “stato di bisogno” di cui all’art. 1448 c.c., facendovi rientrare, diversamente dalla nozione penalistica, anche i casi transitori di difficoltà economica e finanziaria della vittima (viene sanzionata così tanto l’ipotesi base del delitto d’usura quanto l’ipotesi aggravata dello stato di bisogno); inoltre, ha limitato in larga misura la portata del requisito psicologico dell’approfittamento dello stato di bisogno: questo non consiste necessariamente in un comportamento attivo, ovvero in un iniziativa fraudolenta della parte, ma si reputa bastevole la consapevolezza dell’altrui bisogno e la conclusione del contratto squilibrato alla luce di quell’informazione (elemento sufficiente è la semplice consapevolezza da parte del contraente avvantaggiato di trarre una sproporzionata utilità economica in conseguenza dello stato di bisogno altrui).

Vi è quindi, così, sostanziale sovrapposizione, sotto il profilo soggettivo, tra l’istituto civilistico della rescissione (art. 1448 c.c.) e l’ipotesi ricollegabile alla sanzione penale dell’usura (art. 644, comma 3, c.p.).

Da sottolineare una questione: inizialmente il disvalore dell’ordinamento si appuntava sul comportamento abusivo dell’usuraio, che conosceva lo stato di bisogno della controparte e ne approfittava, imponendo condizioni contrattuali inique; in prossimità della riforma si cominciò a disapprovare anche il contratto nella sua interezza perché eccessivamente squilibrato. Di questa parentesi, avente un certo spessore, si parlerà approfonditamente nel prossimo paragrafo.

1.4 Usura come reato-contratto

Nodo cruciale nell’ordinamento giuridico è costituito dall’illecito: atto/fatto contrario alle norme del diritto. Questo comportamento umano può consistere in un’azione, illecito commissivo (quando viola un obbligo o un dovere negativo-di non fare), o in un’omissione, illecito omissivo (quando viola un obbligo o un dovere positivo-di fare o di dare).
Due categorie di illecito, riscontrabili nella generalità degli ordinamenti statali e distinguibili a seconda della natura della norma violata, sono:

v Illecito civile (violazione di una norma posta a tutela di un interesse privato-diritto soggettivo), la cui relativa responsabilità si divide in contrattuale (art. 1218 e ss. c.c.) e in extracontrattuale o aquilana (governata da norme contenute in leggi speciali, nel Codice del Consumo e nel Codice Civile: art. 2043 c.c.); quest’ultima, tuttavia, è definita comunemente come la clausola generale di responsabilità civile.

v Illecito penale (violazione di una norma posta a tutela dell’interesse pubblico generale), che comprende comportamenti umani volontari qualificati come reati.
Le principali differenze tra i due illeciti richiamati sono:

Tuttavia, va chiarito che uno stesso comportamento può contemporaneamente costituire reato e illecito civile. Da qui si apre il mondo dell’usura: la condotta consistente nell’aver incassato o preteso interessi superiori al tasso soglia legale (usura oggettiva) o che risultano comunque sproporzionati, rispetto alla controprestazione (e avuto riguardo ai tassi medi), quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (usura soggettiva), viene infatti sanzionata sia penalmente che civilisticamente.

Il diritto penale annovera la fattispecie dell’usura come reato-delitto e pertanto la vieta.
L’art. 1, comma 1, della L. 108/96 fissa le seguenti pene a carico dell’usuraio, una volta accertata l’usura: reclusione da uno a sei anni e multa da € 3.098,74 a € 15.493,71 (art. 644, comma 1, c.p.).

Tuttavia, l’articolo di legge continua (art. 644, comma 5, c.p.) prevedendo una serie di circostanze aggravanti ad effetto speciale: “Le pene per i fatti di cui al primo e secondo comma sono aumentate da un terzo alla metà:

se il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare;
[rimando a particolari qualifiche del soggetto attivo. Come si può osservare, il sistema bancario non è immune dal reato di usura, anzi, è prevista un aggravante specifica nel caso in cui il colpevole sia un soggetto che esercita attività bancaria = attività di impresa destinata alla raccolta del risparmio e all’esercizio del credito]

  1. se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari;

[rimando al contenuto del contratto usurario]

  1. se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno;

[rimando a particolari qualifiche del soggetto passivo]

  1. se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale;

[rimando a particolari qualifiche del soggetto passivo]

  1. se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l’esecuzione”.

[rimando a particolari qualifiche del soggetto attivo]

E ancora, si chiude precisando (art. 644, comma 6, c.p.) : “Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti di cui al presente articolo, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni”.

Anche sul fronte civilistico le sanzioni conseguenti all’usura sono molto incisive e particolarmente penalizzanti per l’usuraio (art. 1815 c.c.), ma questo verrà trattato dettagliatamente oltre.

Per entrare nel fulcro dell’interferenza tra diritto civile e diritto penale, non si può prescindere dalla definizione di contratto, quale prima fonte delle obbligazioni (art. 1173 c.c.): l’art. 1321 c.c. sancisce che “Il contratto è l’accordo [se non vi è accordo non vi è contratto] di due o più parti [centri d’interesse] per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico [oggetto giuridico del contratto] patrimoniale [il cui contenuto è patrimoniale]”. Il contratto, quindi, è la massima espressione dell’autonomia negoziale, che è, a sua volta, espressione dell’autonomia privata (spazio di libertà lasciato ai soggetti dall’ordinamento ed entro il quale possono regolare i proprio interessi).

Gli elementi essenziali del contratto (art. 1325 c.c.) si rinvengono nell’accordo delle parti (incontro delle manifestazioni di volontà dei soggetti), nella causa (in linea generale, ragione giustificatrice dello spostamento di ricchezza tra due o più parti contrattuali), nell’oggetto (“cosa” sulla quale si manifesta la volontà e si forma il consenso) e nella forma, quando risulta che è prescritta dalla legge (forma vincolata) sotto pena di nullità.

La mancanza di un solo requisito produce la nullità del contratto, forma di invalidità (concernente il momento formativo del contratto) più grave; l’art. 1418, allo stesso comma 2, c.c., arricchisce le cause di questa nullità (strutturale) proponendo: l’illiceità della causa, l’illiceità dei motivi e la mancanza nell’oggetto dei requisiti richiesti (illecito civile). Al comma 1 della medesima norma civilistica, il contratto contrario a norme imperative viene sanzionato allo stesso modo, salvo che la legge disponga diversamente, ma, specificando che la nullità espressa è quella virtuale, ovvero non attinente alla mancanza o alla patologia degli elementi strutturali del contratto, bensì alla violazione di precetti normativi (attinenti ad elementi intrinseci della fattispecie negoziale-contrattuale, tra cui il “contenuto”) la cui individuazione e qualificazione spetta all’interprete.

Quanto esposto concentra l’osservazione sul fatto se sia idonea la violazione della legge penale, una volta qualificata come norma imperativa, a reagire sul contratto di modo che quest’ultimo debba esser considerato nullo-invalido.

In questo contesto, si innervano due dibattute categorie di rapporti tra negozio giuridico-contratto e reato, create dalla dottrina e dalla giurisprudenza penale: i “reati contratto” e i “reati in contratto”; figure di reati derivanti da fenomeni legati agli squilibri contrattuali (patologia che vizia il rapporto negoziale).

I reati-contratto (la cui denominazione si deve all’immedesimazione tra attività criminosa e attività negoziale in sé considerata) sono reati che consistono e si esauriscono nella conclusione del contratto.

Ciò che si vuole incriminare (oggetto del divieto) è proprio la stipulazione del negozio giuridico in sé, non la sua esecuzione: è l’accordo a costituire il fatto penalmente sanzionato, posta la sproporzione tra gli obblighi contrattualmente previsti per le parti (il contratto è sostanzialmente illecito).

ES:

−      reati associativi:

−      associazione per delinquere (art. 416 c.p.)

−      associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.)

−      cospirazione politica mediante accordo (art. 304 c.p.)

−      ricettazione (art. 648 c.p.)

I reati in contratto sono reati commessi nella conclusione di un contratto.
Ciò che si intende punire non è tanto la stipulazione-formazione dell’accordo in sé (il contratto è pertanto lecito), quanto il comportamento illecito (violento, fraudolento, approfittatorio) posto in essere da una parte contraente, il soggetto attivo, “nella fase delle trattative antecedente la manifestazione di volontà dei due contraenti” (Nastasi A., Reato e struttura negoziale, in Temi di diritto penale, a cura di Giuseppe Santalucia, Giuffrè editore, 2006, p. 621 e ss.), quindi prima della stipula negoziale (condotta precontrattuale), o durante/nella formazione del contratto.

La presente categoria interessa i delitti patrimoniali perché sono ad essa riconducibili i delitti realizzati con la cooperazione “artificiosa” della vittima: per il loro perfezionamento esigono un atto di disposizione patrimoniale da parte del soggetto passivo del reato (vittima), carpito con mezzi illeciti (volontà dispositiva viziata).
ES:

−      estorsione (art.629 c.p.)

−      truffa (art. 640 c.p.)

−      circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.)

Giova pertanto precisare che il reato di usura nel tempo ha subito un mutamento di qualifica: da originario reato in contratto alla più attuale configurazione di reato-contratto. Musa del crimine altro non è quindi che la fattispecie negoziale, modellata pertanto a contenuto usurario.

Innanzitutto, è fuori discussione che le parti di un contratto usurario possono essere non solo persone fisiche, ma anche persone giuridiche: tipicamente, banca o istituto finanziario, quale parte che si fa dare o promettere la prestazione usuraria, e, impresa societaria o ente (pubblico/privato), come soggetto che consegna o promette di dare interessi o altri vantaggi usurari.

L’elemento alla base del reato di usura, considerando entrambe le fattispecie costitutive (oggettiva e soggettiva), non è quindi il comportamento di un determinato soggetto (il reo) nei confronti di un’altra persona (la vittima), bensì l’instaurarsi tra le parti di un rapporto giuridico sinallagmatico usurario: un contratto a prestazioni corrispettive, in cui cioè le parti si obbligano reciprocamente, ma con la particolarità che vengono richiesti, come corrispettivo per il finanziamento erogato, interessi globali usurari (definiti tali quando varcano il tasso massimo praticabile ex lege oppure quando sono inferiori a questo, ma sproporzionati rispetto alla controprestazione).

La legge, sia penale che civile, quindi, in questo caso, non sanziona il fatto (naturale) che qualcuno chieda, tramite un contratto lecito, interessi illeciti, quanto il fatto (giuridico) della stipula dell’accordo, da cui discende la dazione/pretesa della prestazione usuraria. Ecco così che il reato e l’illecito civile si commettono già con la conclusione del contratto per proseguire poi con la successiva evoluzione del rapporto.

E’ logico ritenere penalmente responsabili del reato di usura (colpevoli) coloro che predispongono (fasi preliminari e/o precontrattuali), concludono (stipula) e/o chiedono l’esecuzione dell’accordo usurario.

A proposito, si legga nel paragrafo 2.2 del secondo capitolo l’approfondimento circa le diverse tesi inerenti la natura giuridica di detto reato.

Giunti a tal punto si può rispondere all’interrogativo su quando il reato renda nullo il contratto ex art. 1418 c.c.

La Corte di Cassazione risponde affermando che “perché la violazione di una norma penale comporti contrarietà a norme imperative, ai sensi dell’art. 1418 c.c., occorre che il contratto sia vietato direttamente dalla norma penale, nel senso che la sua stipulazione integri reato, mentre non rileva il divieto che colpisca soltanto il comportamento materiale delle parti”.
Lo schema proposto, in tema di contratto concluso in violazione di norme penali, distingue perciò due ipotesi:

  1.      La norma penale vieta il comportamento di tutte le parti stipulanti e quindi direttamente il contratto (illecito). [reati-contratto].
    La sanzione colpisce il contratto stesso, che diviene nullo per illiceità.
  2.     La norma penale vieta il comportamento tenuto da una delle parti nella conclusione del contratto (lecito). [reati in contratto]

La sanzione non colpisce il contratto, che rimane intatto, poste tuttavia le conseguenze sul regolamento dovute alla condotta offensiva del soggetto attivo o allo stato soggettivo della vittima.

[annullabilità per dolo (art. 1439 c.c.) del contratto di truffa;
annullabilità per incapacità (art. 428 c.c.) del contratto di circonvenzione]

Tuttavia, questo resta il punto discutibile della tesi: stante la non coincidenza tra illiceità penale e illiceità civile, è arbitrario constatare la liceità del contratto argomentando dalla sanzione a carico di una sola parte.

Facendoci una cultura sulle decisioni giurisprudenziali si nota che l’elemento su cui ricade particolare attenzione è la natura dell’interesse violato e che la sanzione della nullità (art. 1418 c.c.) vige solo nel caso in cui la norma penale tuteli valori di ordine pubblico: il bene giuridico protetto è l’integrità del mercato del credito.

Pertanto, il contratto stipulato circonvenendo un incapace è nullo per illiceità, in quanto contrastante con disposizioni di ordine pubblico: la libertà negoziale dei soggetti psichicamente svantaggiati, quale oggetto di tutela (Cass., sez. I civ., 7 febbraio 2008, n. 2860); diversamente, nel contratto derivato da una truffa, l’interesse protetto è il patrimonio della vittima: interesse singolare.

Così, in prossimità della riforma della fattispecie penale del 1996, la dottrina prevalente sanziona il contratto usurario con la nullità per contrarietà a norma imperativa (per illiceità) di ordine pubblico (art. 644 c.p.) e non più, come precedentemente, con la mera rescissione per lesione; la vittima dell’usura riceverà così una tutela ben più efficace.

CAP. 2: VERIFICA DELL’ USURA

2.1 Interessi di mora

In merito al rapporto obbligatorio tra parti, una distinzione basilare è quella tra obbligazioni civili e obbligazioni naturali.

Obbligazioni civili (tali se non viene specificato nulla): vincoli giuridici, esistenti tra le parti, secondo cui un soggetto, debitore (titolare della “situazione passiva” di un obbligazione), è tenuto ad eseguire (adempimento = atto dovuto) una determinata prestazione a carattere patrimoniale a favore (per soddisfare un interesse che può essere anche non patrimoniale) di un altro soggetto, creditore (titolare della “situazione attiva”, di un diritto di credito).

Se il debitore non corrisponde esattamente quanto dovuto deve risarcire il danno, salva la prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione per causa a lui non imputabile (art. 1218 c.c.); in caso di mancato risarcimento, il nostro ordinamento prevede misure (coercitive) che possono costringere il debitore ad eseguire la prestazione, oppure, strumenti in base ai quali il creditore comunque ottiene la soddisfazione del suo credito (tutela de creditore).

Nota da sottolineare è che il soggetto adempiente può essere anche incapace (incapacità di agire o naturale).

La fonte delle obbligazione civili, inoltre, si ritrova nel già citato art. 1173 c.c.
o Obbligazioni naturali (art. 2034 c.c.; es. pagamento del debito di gioco o di scommessa):
vincoli non giuridici, esistenti tra le parti, che nascono da doveri morali-etica sociale o sociale-solidarietà sociale (hanno la loro fonte nell’ adempimento di questi doveri).

L’adempimento del debitore è spontaneo per cui, qualora non avvenisse, non è prevista alcuna sanzione per il soggetto, non sono previste azione giudiziarie (esecuzione incoercibile).
Rilevante è che l’adempimento non è necessario ma se viene effettuato non si può chiedere la ripetizione, ovvero la restituzione di quanto pagato, purché sia stato fatto spontaneamente in una condizione di capacità di agire (irripetibilità di quanto prestato spontaneamente da un soggetto capace).

Nel tema, particolare concentrazione va posta sul concetto di mora.

La mora è un ritardo qualificato (il ritardo puro/semplice non produce conseguenze giuridiche, salve indicate ipotesi) e si verifica quando, per fatto del creditore o del debitore, vi è un impedimento temporaneo all’attuazione del rapporto (l’esecuzione della prestazione deve tuttavia essere ancora possibile/eseguibile: la relativa impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile al debitore esclude la mora; art. 1256 c.c.).

La mora va distinta quindi per il debitore e per il creditore, importando regole specifiche e diverse, ma, tuttavia, la base resta comune: tra le parti coinvolte deve esistere un rapporto stabile di cooperazione.

Analizzando la “mora credendi” (art. 1206 c.c.) si osserva che il creditore è in mora quando, senza motivo legittimo (ingiustificatamente), rifiuta la prestazione offertagli o non compie l’attività necessaria affinché il debitore possa adempiere (mancanza di cooperazione).
Primordiale è l’iniziativa che il soggetto passivo deve assumere: l’offerta della prestazione al creditore, che può essere formale-solenne o secondo gli usi.

L’offerta formale-solenne viene fatta mediante/dinanzi un pubblico ufficiale (notaio o ufficiale giudiziario) autorizzato (art. 1208 c.c.) e deve essere sia congruente con l’offerta dovuta (l’inesattezza della prestazione offerta figura come giusto motivo, a differenza di una prestazione con vizio tollerabile), sia rispettare le modalità di tempo e di luogo dell’adempimento.

Questa tipologia di offerta può variare a seconda del tipo di prestazione, distinguendosi in offerta reale e per intimazione (art. 1209 c.c.).

Inoltre, difronte al continuo rifiuto dell’offerta da parte del soggetto attivo, il debitore può eseguire il deposito cosiddetto liberatorio (il soggetto adempie comunque la prestazione ed è liberato, art. 1210 c.c.).

Per quanto concerne gli effetti della mora del creditore si vada all’art. 1207 c.c.

L’offerta secondo gli usi, invece, avviene senza le formalità previste dalla legge per l’offerta solenne e per la decorrenza degli effetti della mora si consideri l’art. 1214 c.c.; in ultimo, l’offerta per intimazione riguardante una prestazione di fare, può essere fatta anche secondo questa semplice forma d’uso (art. 1217 c.c.).

Tra le caratteristiche del rapporto obbligatorio, un punto fondamentale è l’interesse del creditore, che deve permanere fino all’estinzione dell’obbligazione, ma il diritto deve tenere in debito conto anche dell’interesse del debitore (pur non essendo un elemento indefettibile del rapporto obbligatorio): interesse ad adempiere la prestazione per svincolarsi da essa, che si manifesta non solo nella mora del creditore, ma anche, per esempio, nel rifiuto della remissione del debito o nell’opposizione all’adempimento di un terzo.

Per quanto riguarda la mora del debitore (art. 1219 c.c.) si denota che il ritardo nell’adempimento evolve nella situazione di ritardo qualificato (mora) e non in quella di inadempimento definitivo, quando, al mancato adempimento della prestazione nel termine stabilito, si aggiunge un atto formale di costituzione in mora: atto che si configura nell’intimazione o richiesta di adempimento fatta dal creditore al debitore per iscritto (la costituzione in mora serve prima di tutto, infatti, ad invitare il debitore ad adempiere, qualora se ne fosse dimenticato, non abbia voglia o sia impossibilitato a farlo).

Si tratta di un atto volontario, di formale esercizio della pretesa creditoria, a carattere recettizio (deve essere ricevuto dal debitore), interruttivo del termine prescrizionale del diritto di credito (i tempi di prescrizione vengono definiti a seconda della tipologia del credito ed in generale, salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, il credito si prescrive in dieci anni; art. 2946 c.c.) e produttivo di effetti legalmente predeterminati (effetti della mora).

Non è necessaria la forma scritta, e quindi la mora nasce automaticamente, quando:

  • Il debito deriva da fatto illecito extracontrattuale (facendo ricorrere gli effetti della mora dal giorno in cui si è verificato l’illecito si assicura al danneggiato una più integrale riparazione del danno.
  • Il debitore ha dichiarato per iscritto di non volere adempiere (sarebbe palesemente inutile la richiesta scritta del creditore).
  • La prescrizione deve essere eseguita al domicilio del creditore; tuttavia, se il termine scade dopo la morte del debitore, per la costituzione in mora degli eredi è necessaria l’intimazione o la richiesta per iscritto e gli effetti si producono a partire dal nono giorno dall’intimazione o dalla richiesta.

Se, dopo la mora, la prestazione diviene impossibile per causa non imputabile al debitore, egli non è liberato ed è tenuto a risarcire anche il danno da inadempimento (come se ne fosse responsabile); l’effetto liberatorio si può produrre soltanto per le prestazioni aventi ad oggetto una cosa determinata, qualora il debitore provi che questa sarebbe ugualmente perita presso il creditore. Tuttavia, se l’obbligazione consiste nel restituire una cosa illecitamente sottratta, la perdita di questa non esenta mai il debitore dal corrisponderne il valore (art. 1221 c.c.).
Inoltre, non si ha mora, qualora il debitore, tempestivamente, abbia fatto offerta non formale della prestazione dovuta, salvo che il creditore l’abbia rifiutata legittimamente, costituendo in mora il debitore (art. 1220 c.c.), e qualora le obbligazioni in esame siano di non fare (negative), infatti, fatti compiuti in violazione di queste costituiscono inadempimento definitivo (art. 1222 c.c.).

Gli effetti principali in capo al debitore prodotti dalla costituzione o messa in mora, sono essenzialmente due:

  1. Maturare i cosiddetti interessi moratori (possibili solo nel caso delle obbligazioni pecuniarie).
  2. Aggravamento del rischio per il debitore: passaggio in capo al soggetto passivo del rischio dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa a lui non imputabile (cfr. artt. 1256 e 1221, c.c.).

Analizzando il primo punto, attenzione ricade sul concetto di interesse: preliminare è la definizione di denaro come bene fruttifero, oggetto delle obbligazioni pecuniarie; nel nostro ordinamento il fatto di disporre del capitale altrui o di ritardarne il pagamento comporta la maturazione di interessi, i frutti civili del denaro (particolare obbligazione accessoria di tipo pecuniario).

Gli interessi, qualificati in una somma percentuale, in base alla funzione assolta sono essenzialmente distinguibili in corrispettivi e moratori.

Gli interessi corrispettivi (fase fisiologica del rapporto obbligatorio) hanno una funzione remunerativa in quanto rappresentano il compenso-corrispettivo che il debitore deve al creditore a fronte del prestito di una certa somma di denaro per un dato periodo di tempo.
Tipicamente, il tasso d’interesse corrispettivo applicato dagli istituti finanziari sull’importo erogato prende il nome di TAN., acronimo di Tasso Annuo Nominale: indica il costo puro del capitale, a prescindere dalle altre spese connesse all’operazione di finanziamento a cui il richiedente dovrà far fronte (pertanto l’ISC-Indicatore Sintetico di Costo o TAEG-Tasso Annuo Effettivo Globale supplisce alle mancanze del TAN); tuttavia, nei comuni piani di ammortamento dei prestiti e mutui, l’interesse non viene riconosciuto al finanziatore tutto in una volta al termine dell’anno, ma è caricato su ogni rata (quota interessi) in scadenza.
Venendo agli interessi moratori (fase patologica del rapporto obbligatorio) si denota che questi sono dovuti dal debitore in mora come supplemento al capitale preso a prestito e sono determinati in misura superiore al tasso pattuito (convenzionale) per il finanziamento: solitamente l’onere della mora è indicato peggiorando di due-quattro punti percentuali il tasso ordinario.

La loro funzione è essenzialmente risarcitoria: tramite la loro corresponsione si vuole risarcire il creditore dei danni derivanti dal ritardo nel pagamento (in ogni caso, il danno da risarcire deve essere conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento per ritardo e può comprendere sia la perdita subita dal creditore-danno emergente che il mancato guadagno-lucro cessante), ossia si deve compensare il creditore di non aver potuto disporre della somma di denaro fin da subito, come doveva essere. Inoltre, la loro dazione deve avvenire indipendentemente dalla prova da parte del soggetto attivo di aver sofferto un danno.
L’ente creditizio che ha erogato il prestito può inoltre invocare come causa di risoluzione del contratto (di mutuo, ad es.) il ritardato pagamento rateale (si ha effettivamente quando la rata viene pagata tra il trentesimo e il centottantesimo giorno dalla sua scadenza), quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive.

L’istituto della risoluzione, rientrante tra le forme di scioglimento del contratto, opera infatti in caso di difetto sopravvenuto dopo la conclusione della stessa fattispecie negoziale (profilo esecutivo del contratto).

Il legislatore in proposito prevede tre casi particolari:

  1. Risoluzione per inadempimento
  2. Risoluzione per impossibilità sopravvenuta
  3. Risoluzione per eccessiva onerosità

Evidenziando il punto 1 si ha che (art. 1453 c.c.) nei contratti con prestazioni corrispettive, in caso di inadempimento di una parte, l’altra ha la facoltà di scegliere tra:

L’esecuzione forzata in forma specifica (domanda di adempimento tardivo): il non inadempiente si rivolge al giudice chiedendo una sentenza in cui si condanna l’altra parte ad eseguire la prestazione (esecuzione coattiva del vincolo).

La risoluzione del contratto: il non inadempiente chiede lo scioglimento del rapporto contrattuale, perdendo il diritto a ricevere la prestazione (tuttavia, l’inadempiente non può bloccare la risoluzione con un esecuzione tardiva), ma non dovendo più eseguire la sua e, nel caso l’avesse già fatto, può chiederne la restituzione.

Sempre ammesso, in ogni caso, il risarcimento del danno: in caso di adempimento tardivo, misurato in risarcimento aggiuntivo e in caso di risoluzione, misurato in risarcimento sostitutivo della prestazione persa.

Di estrema importanza risulta essere l’art. 1455 c.c. che, in virtù del principio di conservazione del contratto, dichiara che solo un inadempimento importante di una delle parti può dar luogo allo scioglimento del contratto per risoluzione.

La risoluzione per inadempimento può seguire due strade:

La via giudiziale:

la parte non inadempiente si rivolge al giudice, il quale valuta l’esistenza e l’importanza dell’inadempimento dell’altra parte. In caso di esito affermativo potrà essere emessa la sentenza costitutiva proclamante lo scioglimento del vincolo contrattuale.

La risoluzione del contratto ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti a esecuzione continuata o periodica (art.1458 c.c.).

La via extragiudiziale:

il legislatore, nel rispetto dell’autonomia delle parti, vuole far sì che queste, in alcuni casi, possano sciogliere il contratto senza dover ricorrere al giudice (risoluzione di diritto), il quale, tuttavia, può intervenire con sentenza dichiarativa in caso di controversie circa la risoluzione.
Questo ramo contiene tre fattispecie:

1) Diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.):
comunicazione scritta (che il non inadempiente rivolge all’adempiente) che si compone di due parti, quali l’intimazione ad adempiere entro un congruo termine e l’avvertimento che se l’adempimento non avverrà entro il termine indicato (scadenza del termine), il contratto si intenderà risoluto di diritto (effetto della diffida).

2) Clausola risolutiva espressa (art.1456 c.c.):
al momento della conclusione del contratto, le parti inseriscono una clausola specificando che un determinato inadempimento, che potrebbe essere anche lieve nell’ottica dell’art. 1455 c.c., per loro è molto importante e, quindi, l’eventuale accadimento comporterebbe la risoluzione di diritto del contratto (es: una clausola risolutiva espressa sempre presente nei contratti di locazione esplicita che il mancato puntuale pagamento di una rata del canone determinerebbe la risoluzione contrattuale).

Tuttavia, al verificarsi del potenziale inadempimento, il non inadempiente deve comunicare all’altra parte la sua volontà di avvalersi della clausola.

3) Termine essenziale (art. 1457 c.c.):
il contratto si ritiene risolto di diritto senza bisogno di alcuna dichiarazione (automatismo della risoluzione) quando una parte non adempie in un termine essenziale stabilito nell’interesse dell’altra parte.

Tuttavia, qualora la parte non inadempiente abbia stimolo a ricevere un adempimento anche tardivo, dovrà comunicarlo alla controparte entro tre giorni dalla scadenza del termine essenziale (principio di conservazione del contratto).

Tornando al nostro caso…

La risoluzione del contratto di mutuo/finanziamento comporta poi la decadenza dal beneficio del termine (DBT) per ritardi nel pagamento delle rate.

Innanzitutto, il termine per l’adempimento di un obbligazione può essere stabilito a favore del debitore, del creditore o di entrambi.

Qualora non sia diversamente pattuito, il termine si presume a favore del debitore, parte più gravata del rapporto: il creditore non può esigere la prestazione prima della scadenza ( il debitore che ha rinunciato al termine a suo favore non può ripetere ciò che ha pagato anticipatamente; nel caso, invece, l’azione sia stata fatta ignorando l’esistenza dello stesso termine, la ripetizione è ammessa limitatamente a quanto costituisce arricchimento del creditore; artt. 1184, 1185, c.c.).

Se il termine è stabilito a vantaggio del creditore, sarà il debitore a non poter rimborsare il prestito prima della scadenza.

Infine, nel caso di beneficio del termine stabilito in favore di entrambe le parti, né il creditore può pretendere, né il debitore può effettuare l’adempimento prima della scadenza programmata.

L’art. 1186 c.c. sancisce la decadenza dal termine, recitando: “Quantunque il termine sia stabilito a favore del debitore, il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore è divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie che aveva date o non ha dato le garanzie che aveva promesse”.

Quindi, si sostanzia nel diritto che il finanziatore ha di pretendere la restituzione immediata del debito residuo di un prestito in un’unica soluzione, senza attendere la scadenza del termine stabilita, ovvero, il normale pagamento delle rate periodiche fino a conclusione del contratto. Tuttavia, il debitore decade dal beneficio del termine, solo qualora sia divenuto insolvente (“Lo stato di insolvenza si manifesta con inadempimenti od altri fattori esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in gradi di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”, art. 5 legge fallimentare) o abbia diminuito le garanzie date o non abbia dato quelle promesse.

Qualora la posticipazione dei pagamenti possa pregiudicare il diritto del creditore, ecco così che la legge autorizza quest’ultimo ad esigere subito il totale pagamento residuo.

Gli interessi moratori devono decorrere proprio dalla data di decadenza dal beneficio del termine (dalla risoluzione contrattuale), non prima; tuttavia, gli istituti finanziari li applicano già dalla prima rata insoluta, al posto degli interessi corrispettivi!

Inoltre, posta la giusta decorrenza degli stessi interessi di mora, si deve sottolineare che questi sono da applicare solo sul capitale e non sulla sommatoria capitale e interessi corrispettivi, quindi non su tutta la sorte intesa come nuovo capitale (non vi deve essere la capitalizzazione degli interessi)!

Quest’ultima pratica [i mora (C + i corrispettivi)] è infatti illegale e descrive il cosiddetto “anatocismo”.

Con il suddetto termine (dal greco àna-di nuovo/su e tokòs-interesse/guadagno) si intende appunto la capitalizzazione degli interessi su un determinato capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi; in altre parole: gli interessi maturati nel periodo di riferimento, sommati al capitale, determinano la base su cui calcolare gli interessi per il periodo successivo. In questo modo vengono calcolati “interessi sugli interessi” (guadagno sul guadagno).

Toccando un esempio pratico di anatocismo bancario…

Tasso d’interesse: 5% trimestrale

Capitale a debito: € 100.000,00

Trimestre Capitale Interesse Saldo di c/c

Calcolo SENZA ANATOCISMO

  1. 100.000,00 5.000,00

(5%100.000,00) 105.000,00

  1. 100.000,00 10.000,00

(10%100.000,00) 110.000,00

III. 100.000,00 15.000,00

(15%100.000,00) 115.000,00

  1. 100.000,00 20.000,00

(20%100.000,00) 120.000,00

Totale interessi passivi annuali 20.000,00
(i semplici – corrisp.)

Trimestre Capitale Interesse Saldo di c/c
Calcolo CON ANATOCISMO

  1. 100.000,00 5.000,00

(5%100.000,00) 105.000,00

  1. 105.000,00 5.250,00

(5%105.000,00) 110.250,00

III. 110.250,00 5.512,50

(5%110.250,00) 115.762,50

  1. 115.762,50 5.788,13

(5%115.762,50) 121.550,63
Totale interessi passivi annuali 21.550,63

Gli interessi a debito del correntista vengono generalmente conteggiati dalla banca ogni trimestre e, come si può ben osservare dall’esempio, nel primo caso, gli interessi maturano sul solo capitale dovuto, mentre nella seconda fattispecie, gli interessi capitalizzati nel trimestre precedente producono a loro volta, allo scadere del trimestre successivo, interessi che vanno a capitalizzarsi sul saldo debitore finale, e così via, in una spirale senza fine.

Proprio per tutelare il debitore da un eccessivo incremento del suo debito complessivo, quindi dall’applicazione nei suoi confronti di tassi usurari, la pratica dell’anatocismo è proibita da sempre, ovvero sin dall’entrata in vigore del Codice Civile del 1942, infatti l’art. 1283 c.c. ne limita fortemente l’uso, rendendola ammissibile solamente al verificarsi di alcuni presupposti:

Gli interessi fruttiferi devono esser scaduti (le parti devono aver determinato il periodo entro il quale questi devono esser regolati).

Gli interessi fruttiferi devono esser maturati almeno per sei mesi.

Deve esservi un atto espressamente diretto ad ottenere gli ulteriori interessi; atto che può essere una domanda giudiziale (promossa dal creditore al giudice; per es. il caso di un importo portato a decreto ingiuntivo) o una convenzione (accordo tra debitore e creditore) successiva alla scadenza degli interessi base.

La previsione include, tuttavia, un’altra eccezione al divieto di capitalizzazione degli interessi: “In mancanza di usi contrari”, nel senso che l’anatocismo è proibito, salvi però gli usi diversi/contrari.

Le banche e la giurisprudenza inizialmente ritenevano che nei rapporti bancari e anzitutto nei c/c vi fosse proprio un uso normativo che consentisse un’eccezione alla regola generale ex art. 1283 c.c., permettendo così la pratica.

Dal 1999 ci fu, tuttavia, un radicale cambio di orientamento in tema di anatocismo bancario da parte della giurisprudenza: la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori (a favore della banca) non si considerò più rispondente ad un uso normativo (bensì solo ad un uso negoziale) e pertanto, con la sentenza della Corte di Cassazione 16 marzo 1999, n. 2374, venne emessa per la prima volta la dichiarazione di illegittimità di un tale comportamento, in quanto lesivo della regola codicistica.

Successivamente altre importantissime sentenze ne hanno ribadito l’assunto e, tra queste, quella del 4 novembre 2004, n. 21095, nella quale è indicata la valenza retroattiva del contenuto statuito in quella originaria.

Quindi, tornando all’incipit dell’art. 1283 c.c., per usi contrari si deve far riferimento ai requisiti normativi e alle consuetudini, non ai semplici usi contrattuali-negoziali come quelli applicati dalle banche.

Nella prassi bancaria gli interessi anatocistici, frazionati, vengono definiti “composti” (interesse composto = delta interesse, forbice che ha la banca per autofinanziarsi): nella cruda realtà in cui viviamo ecco che l’”anatocismo” è reato mentre l’”interesse composto” no, pur essendo sinonimi!

Questione assai complessa e dibattuta di recente concerne la considerazione del tasso convenzionale degli interessi di mora nel calcolo del tasso soglia di usura: da un lato, la posizione della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia e delle Finanze (convalidata anche dalla normativa comunitaria), dall’altro, l’indirizzo giurisprudenziale.

Banca d’Italia e Ministero dell’Economia e delle Finanze escludono la computabilità degli interessi di mora nel processo di rilevazione e pubblicazione dei TEGM (in palese violazione del testo di cui all’art. 2 della L. 108/96).

Nelle “Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura” fornite da Banca d’ Italia, nell’agosto 2009 vengono individuate quali sono le voci di cui tener conto e quali quelle da escludere nel calcolo del TEG. Vengono così espressamente esclusi, quali oneri oggetto di rilevazione, “gli interessi di mora e gli oneri assimilabili contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo”.

Inoltre, nel “Resoconto della consultazione sulla disciplina in materia di usura-2009”, la stessa Autorità di Vigilanza ha dichiarato che “gli interessi di mora sono esclusi dalla rilevazione del TEG in quanto riferiti a situazioni di deterioramento del rapporto e a casi di inadempimento, che normalmente determinano un inasprimento delle condizioni economiche inizialmente applicate. L’eventuale inclusione degli interessi di mora nel TEG andrebbe ad innalzare le soglie applicabili ai rapporti normali, lasciando margini per ingiustificati incrementi nell’onerosità del finanziamento [in danno quindi della stessa clientela]”.

Pertanto il Decreto Ministeriale 24 giugno 2013, n. 69148, relativo alla pubblicazione dei tassi d’usura, sposa le decisioni della Banca d’Italia e riporta all’art. 3, comma 2: “Le banche e gli intermediari finanziari, al fine di verificare il rispetto del limite di cui all’art. 2, comma 4, della legge 7 marzo 1996, n. 108 … si attengono ai criteri di calcolo delle –Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura- emanate dalla Banca d’Italia”. Infatti al seguente comma 4, evidenzia che “I tassi effettivi globali medi … non sono comprensivi degli interessi di mora contrattualmente previsti per i casi di ritardato pagamento”.

Banca d’Italia, inoltre, con la nota di “Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura” del 3 luglio 2013, ha precisato che “I TEG medi rilevati … includono, oltre al tasso nominale, tutti gli oneri connessi all’erogazione del credito. Gli interessi di mora sono esclusi dal calcolo del TEG, perché non sono dovuti dal momento dell’erogazione del credito ma solo a seguito di un eventuale inadempimento da parte del cliente”.

Viene sottolineato, inoltre, che quanto annunciato non implica l’estraneità degli stessi interessi moratori alla normativa anti-usura (al limite della legge). Per Banca d’Italia è opportuno quindi procedere con un “ulteriore calcolo” quando vi sono interessi di mora e si voglia verificare la conformità alla normativa anti-usura; in particolare: “Per evitare il confronto tra tassi disomogenei (TEG applicato al singolo cliente, comprensivo della mora effettivamente pagata, e tasso soglia che esclude la mora), i Decreti trimestrali riportano i risultati di un indagine per cui –la maggiorazione stabilita contrattualmente per i casi di ritardato pagamento è mediamente pari a 2,1 punti percentuali [D.M. 69148/2013, art. 3, comma 4]. In assenza di una previsione legislativa che determini una specifica soglia in presenza di interessi moratori, la Banca d’Italia adotta … il criterio in base al quale i TEG medi pubblicati sono aumentati di 2,1 punti per poi determinare la soglia su tale importo”. È così stato individuato un nuovo tasso soglia inclusivo degli interessi moratori, da calcolarsi tenendo conto del TEGM maggiorato di 2,1 punti percentuali (sulla base di un indagine statistica campionaria condotta da Banca d’Italia nel 2002), cui va poi applicata la formula dell’aumento di un quarto più quattro punti percentuali.

→ si porta avanti quindi l’idea secondo la quale il tasso moratorio non andrebbe sommato al tasso corrispettivo per la verifica dell’usurarietà contrattuale.
Opinione divergente (tasso soglia comprensivo degli interessi moratori) quella della giurisprudenza che non può che continuare a muoversi nel solco tracciato dalla sentenza 350/2013 della Corte di Cassazione, analizzata nel prossimo paragrafo.
Pertanto, “Le direttive e le istruzioni della Banca d’Italia [impartite per il controllo dell’usurarietà dei tassi], quale organo di vigilanza ed indirizzo delle banche e degli operatori finanziari, non sono vincolanti per gli organi giurisdizionali, non essendo fonti normative”, in questi termini si è espressa la Corte di Appello di Milano, sez. I civ., 22 agosto 2013, n. 3283.

→ corrente di pensiero secondo la quale per la verifica del superamento del tetto massimo ex lege si devono considerare cumulativamente gli interessi corrispettivi e quelli moratori.
Onde evitare un effetto che potrebbe essere deflagrante per la solidità dello stesso sistema bancario, si è scovata la soluzione tale per cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze effettui una rilevazione trimestrale (in base ad indagine della Banca d’Italia) allargata anche agli interessi di mora, al fine di determinare il TEGM, “comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse” [TEGM = TEG + i mora].

Il tutto sottolinea la diversa rilevanza delle diciture della Banca d’Italia, una banca di parte, rispetto a quelle della Suprema Corte di Cassazione.

2.2 Interessi usurari

La Suprema Corte di Cassazione, sez. I civ., con sentenza 9 gennaio 2013, n. 350, ha reso una pronuncia in materia di mutui e, specificatamente, in tema di interessi.

Il mutuo è un contratto tipico, definito all’art 1813 c.c., con il quale “una parte [mutuante] consegna all’altra [mutuatario] una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità”.

Viene qualificato come contratto reale (che si perfeziona con la consegna della cosa, della quale il mutuatario diviene proprietario) e, generalmente, oneroso (il mutuatario deve corrispondere in tal caso oltre alla quota capitale anche la quota interessi, determinati quest’ultimi nel rispetto della soglia di usura, altrimenti qualificabili come “usurari”.

Nella causa citata, la banca mutuante (s.p.a Intesa BCI) è stata convenuta in giudizio in quanto, ad avviso della parte attrice mutuataria (I.D.), “il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria stipulato il 19.9.1996 per l’acquisto della propria casa era da considerare usurario”.

Al rigetto del Tribunale di primo grado, non ritenendo illegittima la clausola relativa alla determinazione del tasso d’interesse del mutuo, la parte attrice fa seguire l’appello, respinto, tuttavia, anch’esso dalla Corte territorialmente competente. Quest’ultima, infatti, dopo aver dichiarato aspecifici i motivi base dell’appello, precisa che “la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario”.

Il soggetto mutuatario propone allora ricorso per cassazione precisando, sotto la forma della denuncia del vizio di motivazione, che “l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) [comprensivo dell’interesse di mora] era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27/3/1998 che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%”.

Questo motivo, relativo all’usurarietà in sé del contratto, è stato accolto dalla Suprema Corte sulla base del computo del tasso d’interesse realmente praticato.

La Cassazione denuncia infatti che: “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori”.

Questo ragionamento si fonda principalmente sull’interpretazione della Corte Costituzionale contenuta nella sentenza 25 febbraio 2002, n. 29, che ha deciso che “il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, agli interessi -a qualunque titolo convenuti- rende plausibile -senza necessità di specifica motivazione- l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”.

Il riferimento normativo di base richiamato: Decreto-legge 29 dicembre 2000, n. 394, art. 1, comma 1 (Interpretazione autentica della legge 7 marzo 1996, n. 108, recante disposizioni in materia di usura), convertito, con modifiche (il comma 1 dell’art. 1 è rimasto invariato), in legge 28 febbraio 2001, n. 24, è del seguente tenore: “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Questa è la scaletta a ritroso delle pronunce in tema.

Tuttavia, se come affermato, nel calcolo del tasso effettivo praticato (costo percentuale complessivo di un contratto di finanziamento), da raffrontare al tasso soglia d’usura, vanno ricompresi gli interessi a qualunque titolo (devono quindi esser conteggiati anche gli interessi di mora previsti contrattualmente), è evidente come la Corte vada a cassare la sentenza d’appello, ritenendo errato il ragionamento del giudice di merito circa la diversa natura dell’interesse di mora (ciò che rileva, dunque, non è la natura degli interessi, bensì la loro misura massima consentita).

Punto focale, inoltre, della legge 24/2001 è che, al fine della valutazione dell’usurarierà o meno dei tassi d’interesse, si deve far riferimento al momento in cui gli stessi sono stati promessi o convenuti (cioè pattuiti, previsti dal contratto, anche se poi non vengono effettivamente applicati), indipendentemente dal momento in cui sono pagati.

Si dispone così di usura “ab-origine/originaria”, nettamente distinta da quella “sopravvenuta” (suddivisione utilizzata solo per i mutui).

L’usura originaria si presenta infatti sin dalla conclusione-sottoscrizione del contrato di erogazione del credito: qualora a monte, il tasso d’interesse praticato (TAEG + i mora) superi il tasso soglia pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, si parla di tasso usurario e quindi contra legem, con tutte le relative conseguenze annesse, quali l’applicazione delle sanzioni penali di cui all’art. 644 c.p. e di quelle civili di cui all’art. 1815, comma 2, c.c.
Come già accennato nel paragrafo 1.1, la L. 108/96 non si è limitata a ridisegnare la disciplina penalistica ma ha inciso anche sul piano privatistico, modificando all’art. 4 lo stesso secondo comma dell’art. 1815 c.c. (relativo al diritto restitutorio degli interessi).

Quest’ultima norma si apre (comma 1) enunciando che, se non è stata convenuta la gratuità del prestito, il mutuatario ha l’obbligo di corrispondere gli interessi al mutuante; questi sono quelli legali, qualora per iscritto non sia stato stabilito un interesse superiore.
Poi (comma 2), il vecchio testo recitava “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti solo nella misura legale”. Si sanciva, quindi, la nullità della clausola contrattuale con la quale si convenivano interessi usurari e l’automatica riduzione di essi al tasso legale.

La novella, mostrando un chiaro inasprimento della disciplina e confermando il carattere sanzionatorio di essa, si esprime: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”. La previsione della nullità virtuale è sempre limitata alla clausola relativa agli interessi usurari, mantenendosi vivo il contratto, che, però, da oneroso viene forzosamente convertito in gratuito. Il mutuatario ha così diritto alla ripetizione integrale delle somme indebitamente pagate fino alla scoperta dell’anomalia, quali interessi “a qualsiasi titolo” (corrispettivi-quota interessi e di mora) e tutte le altre spese e commissioni varie. Non solo. D’ora in poi deve corrispondere alla banca unicamente la parte capitale del prestito, dato che gli interessi sulle rate residue del mutuo decadono (azzeramento totale degli stessi: non sono dovuti nemmeno nella misura del saggio legale).

Se in generale il mercato dei mutui era sbilanciato a favore delle banche mutuanti, che ne stabilivano le condizioni economiche e contrattuali, tuttavia, con il nuovo art. 1815 c.c. è avvenuto un cambiamento importantissimo a favore del mutuatario.

Si sottolinea inoltre che, ai sensi dell’art. 1422 c.c. (imprescrittibilità dell’azione di nullità), l’azione promossa dal cliente verso la banca per far valere la nullità delle clausole di un contratto di finanziamento che conducono all’usura è imprescrittibile.

La ratio è infatti quella di riequilibrare il rapporto tra le parti.

Inoltre, è da tener conto che il regime civilistico della nullità delle clausole contenenti la pattuizione di interessi usurari è del tutto distinto dal profilo penalistico ed in sé autosufficiente: tesi affermata dalla Corte Costituzionale nella già citata sentenza 29/2002; ai fini della tutela civilistica è irrilevante, quindi, l’accertamento della sussistenza degli estremi della fattispecie incriminatrice (quella prevista all’art. 644 c.p.).

La modifica del legislatore del 1996 all’art. 1815 c.c. è stata essenzialmente dettata da due esigenze: la prima, rafforzare gli strumenti di tutela contro il fenomeno dell’usura, stimato in allarme crescita; l’altra, mantenere saldo il principio di conservazione del contratto, evitando la declaratoria di nullità, la quale avrebbe, altrimenti, spinto il mutuatario all’imminente restituzione del capitale percepito, penalizzando così lo stesso soggetto bisognoso di tutela.
La problematica più spinosa del delitto di usura riguarda l’accertamento del momento consumativo del reato, stadio finale dell’iter criminis [costituito dalla fase ideativa (risoluzione del proposito), preparatoria (predisposizione dei mezzi e ricerca delle occasioni), esecutiva (realizzazione), del perfezionamento (momento in cui si verificano tutti gli elementi costitutivi del reato nel loro contenuto minimo, cioè necessario per l’esistenza della fattispecie), della consumazione], ossia il momento in cui il reato, perfetto, raggiunge la massima gravità concreta; tale accertamento è indispensabile tra l’altro per una coerente applicazione della relativa sanzione civile (art. 1815 c.c.).

Veniamo al dunque…

Innanzitutto, in base al momento consumativo può essere operata la distinzione tra reati istantanei e reati permanenti.

I reati istantanei sono quei reati nei quali il momento consumativo è istantaneo e coincide con l’instaurarsi della situazione offensiva. Dunque, si hanno quando la condotta con la quale si viola la norma (producendo l’offesa al bene giuridico o valore, tutelato dalla stessa norma penale incriminatrice) si compie in una sola frazione di tempo. L’offesa è, per l’appunto, istantanea perché viene ad esistenza e si conclude nello stesso istante (sovrapposizione tra perfezione e consumazione).

Es.: omicidio, art. 575 c.p.

I reati permanenti sono, invece, reati nei quali l’evento lesivo (lesione del bene o valore protetto) e il momento consumativo perdurano per un certo lasso di tempo, hanno un inizio e una fine. Quindi, questi reati presentano una fase, detta “permanenza”, successiva al momento della perfezione del reato e di durata non preventivamente determinabile, in cui l’offesa si protrae nel tempo per effetto della persistenza del soggetto attivo nella condotta (commissiva-omissiva) antigiuridica e volontaria. I reati permanenti sono qualificabili come unici e si consumano effettivamente nel momento in cui cessa il comportamento volontario del mantenimento della situazione offensiva.

Es.: sequestro di persona a scopo di estorsione, art. 630 c.p.

Tuttavia, si dispone anche di reati istantanei con effetti permanenti, ove alla condotta criminosa iniziale permangono nel tempo le relative conseguenze lesive.

Es.: furto, art. 624 c.p.

La riforma che ha inciso maggiormente sulla natura giuridica del delitto di usura è quella attuata con la già citata legge 7 marzo 1996, n. 108. Questa ha promosso il passaggio da un modello “soggettivizzante”, su cui era fondata la disciplina penale del detto reato, ad un modello “oggettivizzante”: lo stato di bisogno del soggetto passivo da elemento costitutivo del fatto punibile viene ad occupare la posizione di semplice circostanza aggravante e, inoltre, per la determinazione degli interessi usurari si fa finalmente rinvio ad un parametro oggettivo fissato ex lege (principio di determinazione).

Prima della “rivoluzione” del 1996, una giurisprudenza costante e la prevalente dottrina ritenevano l’usura un reato istantaneo con eventuali effetti permanenti.

Quindi, il momento consumativo del reato di usura lo si individuava nella determinazione convenzionale degli interessi o altri vantaggi usurari (in termini di promessa o dazione-in caso di mancanza della promessa), cioè con la stipula del contratto usurario (usura originaria). Con la precisazione che l’eventuale successiva (alla promessa) e periodica dazione degli interessi usurari da parte della vittima non determinava la permanenza del reato, bensì soltanto degli effetti dello stesso (l’indole duratura è inerente alle conseguenze dell’iniziale patto illecito, non del compimento di un’ulteriore attività da parte dell’agente). Questa tesi, così, spingeva a considerare l’effettiva corresponsione usuraria quale semplice post-factum “non punibile” autonomamente, penalmente privo di significato rispetto al solo momento importante del preventivo accordo, che dava luogo alla configurazione dell’usura.

Le principali conseguenze inerivano a:

Una prescrizione del delitto decorrente dal giorno della pattuizione.

Il non coinvolgimento, a titolo di concorso, di chi, successivamente alla conclusione del contratto, interveniva acquistando il credito usurario.

Il non arresto in flagranza di chi incassava le rate usurarie.

Successivamente alla riforma si riaccesero i dibattiti circa la struttura del delitto di usura e grande scossa fu data, oltre che dal nuovo volto assunto dall’art. 644 c.p., anche dall’introduzione nel nostro ordinamento dell’art. 644-ter c.p., sancita all’art.11 della L. 108/96. Quest’ultimo precetto normativo ha infatti radicalmente cambiato la disciplina relativa alla prescrizione del reato di usura, facendola decorrere “… dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale”.

Proprio nel momento in cui il reato si consuma, quando scompaiono interamente i vincoli di soggezione economica tra il reo e il soggetto offeso, inizia a decorrere il termine di prescrizione del reato, che è una causa di estinzione dello stesso. La ratio della prescrizione è che a distanza di molto tempo la pena per quel fatto non avrebbe un senso rieducativo e quindi non si giustifica.

Come statuito all’art. 2946 c.c., la prescrizione dell’usura bancaria è decennale nella sua retroattività: la legge concede la facoltà al cliente finanziato di analizzare tutti i contratti firmati con il rispettivo istituto bancario a patto che i rapporti non siano stati chiusi da oltre dieci anni, fatto che non renderebbe più esercitabile il diritto del soggetto all’eventuale recupero del maltolto, dato che il reato si considera ormai estinto-prescritto.

Spiraglio di luce vi è con la nuova legge che sostiene che il reato concorre sempre, ma ancora, tuttavia, non è stata messa in moto.

Nei finanziamenti come prestiti personali, mutui e leasing, l’ultima riscossione coincide con il pagamento dell’ultima rata a saldo del credito, mentre, nelle operazioni di apertura di credito e simili, il termine prescrizionale decorre dalla chiusura del c/c o dall’ultimo saldo attivo, se il conto non è ancora stato chiuso.

Il rimando è a tutti i contratti regolati dalla legge, infatti l’atipico finanziamento chirografario (indicante qualunque tipologia di crediti chirografari garantiti dalla sola firma) viene tagliato fuori dall’usura e dal superamento dei tassi soglia.

Nei casi in cui l’usuraio stia esercitando un’azione di recupero forzato del suo pseudo credito (ad esempio la banca ha fatto un decreto ingiuntivo, passato ad esecutivo dopo quaranta giorni con seguente pignoramento), il reato è palesemente ancora in corso, quindi non è prescritto, proprio perché è stato lo stesso soggetto attivo a non far cadere la prescrizione promuovendo decreti (di certo l’ultimo pagamento non si è ancora verificato, dato che l’usuraio lo sta chiedendo per via giudiziaria e che in tale sede potrebbe ancora avvenire).

A seguito di questi cambiamenti innovativi alcuni autori sostengono che potrebbe essere accolta la tesi che il delitto di usura sia stato trasformato in reato permanente, o meglio, secondo autorevole dottrina (ancor prima dell’intervento legislativo) e la più recente giurisprudenza di legittimità e di merito, in reato “a condotta/esecuzione frazionata” o “a consumazione prolungata”: l’usura si applicata per ogni mese e per ogni trimestre e viene ricapitalizzata (anatocismo).

Decisivo è il rilievo che venga incriminata sia la condotta di “farsi promettere”, sia quella di “farsi dare” interessi o altri vantaggi usurari (si ponga un occhio di riguardo ai termini “chiunque … si fa dare … interessi o altri vantaggi usurari, è punito …” dell’art. 644 c.p. e “… ultima riscossione …” propria dell’art. 644-ter c.p.).

Quindi, nel caso in cui la condotta si esaurisca con la promessa del corrispettivo, a cui non segue l’effettiva dazione, il reato si reputa perfezionato e consumato nel momento della stessa promessa (con l’accettazione dell’obbligazione, rimasta inadempiuta). Invece, nell’ipotesi (senz’altro più frequente) in cui alla promessa segua la dazione effettiva (integrale adempimento dell’obbligazione usuraria), il reato si consuma nel momento dell’ultima corresponsione, anche se è già stato perfezionato con l’iniziale promessa.
Pertanto, ogni singola dazione degli interessi, parte della concreta e reiterata esecuzione dell’originaria pattuizione usuraria (rateizzazione nel tempo degli interessi usurari convenuti), rientra a pieno titolo nel fatto lesivo penalmente rilevante, nel reato di usura, e quindi integra il momento consumativo dello stesso reato (la consumazione perdura sino a che non cessano i singoli pagamenti). Crimine che resta unico, tuttavia, fino a che non si ha la stipula di un nuovo accordo usurario.

Il reato di usura si configura come reato a schema duplice, dove rilevano sia il contratto (accettazione dell’illecito sinallagma) che il conseguimento da parte del reo del profitto-incasso illecito.

Da questa impostazione derivano importanti conseguenze, quali:

La prescrizione decorre, non più dall’originaria pattuizione, ma dall’ultimo incasso, senza distinguere tra interessi o capitale.

Responsabili del delitto sono sia coloro che mettono in atto l’accordo usurario, che i partecipanti alle operazioni di riscossione degli interessi illegali, comprese evidentemente le operazioni di esecuzione/fallimento dirette a questo fine (N.B. quando la banca fa un decreto ingiuntivo, quale azione legale, non lo fa per l’importo dovuto ma per il 150% dell’importo dovuto, comprensivo di interessi e spese. L’usura viene quintuplicata. Con questi sistemi la banca porta inevitabilmente il suo cliente al fallimento, a meno che questo non abbia un incasso ad altissimo valore aggiunto che possa coprire le CMS o addirittura il delta interessi). Gli ultimi soggetti richiamati, al limite, saranno responsabili del reato solo a titolo di concorso o a titolo di favoreggiamento reale dello stesso (art. 379 c.p.).

Infatti, secondo quest’orientamento è punibile, a titolo di compartecipazione criminosa, chi interviene dopo la stipula del contratto usurario al solo fine di riscuotere gli interessi e riesce effettivamente nel suo intento. Per contro, nel caso in cui gli “esattori” non riescano ad ottenere il pagamento del credito, il momento consumativo resta quello della pattuizione e, dunque, in tale delitto non può concorrere il mero “riscossore” scelto successivamente, anche se ben consapevole della natura usuraria degli interessi che andava ad incassare.

Infine, pertanto, l’arresto in flagranza del soggetto attivo colto nell’atto della riscossione degli interessi illeciti.

A trattare l’argomento a livello nazionale, è stato un interessantissimo servizio mandato in onda nella puntata di domenica 2 giugno 2013 di “Le Iene”, celebre trasmissione televisiva di ItaliaUno: www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/392725/pelazza-quando-le-banche-sbagliano.html

Il cammino percorso ha come punto di partenza l’usura originaria-ab origine (contrattualizzata), scissa, come detto, da quella sopravvenuta.

Nel caso di quest’ultima fattispecie, il tasso d’interesse applicato, ancorché pattuito lecitamente, quindi al di sotto o in assenza (perché precedente all’entrata in vigore della L. 108/96) del tasso soglia, varcherà poi, invece, nel corso del rapporto, tale limite per effetto della diminuzione dello stesso (si ricordi che il tetto massimo viene fissato ogni trimestre, per cui molto probabile è la sua variazione).

Il superamento sopravvenuto del tasso soglia comporta l’inopponibilità al cliente della parte di interessi eccedente la nuova soglia: egli infatti non è tenuto a versarla (gli interessi oltre la soglia sono sterilizzati) e, qualora fosse già accaduto, potrà pretenderne la ripetizione. Di conseguenza, il tasso convenuto originariamente dovrebbe essere adeguato (ridotto) al limite del tasso rilevato di tempo in tempo, in virtù del meccanismo di integrazione legale del contratto previsto dall’art. 1339 c.c. (inserzione automatica di clausole).

La Cassazione, l’11 gennaio 2013, con due sentenza gemelle (n. 602 e 603) ha toccato proprio la fattispecie dell’usura sopravvenuta, dichiarando che i tassi possono divenire usurari anche nel corso di un rapporto di finanziamento, non essendo indispensabile l’illiceità sin dal momento in cui sono pattuiti. Successivamente non sono mancate sentenze di giudici ordinari e pronunciamenti dell’Arbitro Bancario Finanziario (Abf) a sostegno della tesi che, per gli effetti della nuova versione di usura, trasforma i mutui a tasso fisso in variabile, ma solo al ribasso. Recente la decisione in tema, assunta dal Collegio di coordinamento dell’Abf, del 10 gennaio 2014, protocollo n. 77/14.

Tuttavia, all’atto della perizia di un qualsiasi contratto di finanziamento si scruta quanto scritto nel contratto stesso, non l’usura sopravvenuta. Quest’ultima, anche se magari si potrebbe dimostrare, comunque oggi non è un’usura vista tanto di buon auspicio.

2.3 Prova dell’illecito

Oggi giorno è attivo, seppur spesso ignorato, un buon mercato consulenziale in tema di anomalie bancarie e finanziarie.

Viene fornita ad ogni utente interessato una formula di ascolto e di servizio, tramite la quale vengono pre-analizzati gratuitamente, da un analista contabile, i rapporti bancari e finanziari (conti correnti, mutui, leasing, derivati, swap, cartelle esattoriali, ecc.) che si teme siano viziati da illeciti, quale ad esempio l’usura.

Il risultato di un tale check-up (“Estratto Peritale”) indica se, come e per quale importo approssimativo il cliente sia stato derubato e vessato (si perviene alla conoscenza dei dati) e, in caso di esito positivo, spetterà poi allo stesso soggetto decidere se proseguire o meno con gli accertamenti.

L’eventuale step successivo consiste nella richiesta della redazione di una perizia econometrica (accurata indagine e giudizio tecnico, essenziale per il buon esito del procedimento) da parte di un esperto-perito, il quale trimbrandola e firmandola si assume la responsabilità sulle risultanze dell’elaborato. Data la confusione e i diversi orientamenti giurisprudenziali in tema, fondamentale è il supporto tecnico di abili professionisti.

In primo piano vi è senz’altro la prova dell’illecito.

Venendo al reato di usura, si analizzi, pertanto, quanto occorre per provare le fattispecie costitutive del detto reato, quali l’usura oggettiva e soggettiva.

Considerando il primo caso, si deve:

  • Verificare l’esistenza del contratto di finanziamento.
  • Riscontrare che il TAEG del corrispettivo pattuito sia/possa essere usurario, cioè superiore, concretamente (interessi pagati) o potenzialmente (interessi promessi), al tasso soglia vigente al momento della stipula del contratto.

Nella seconda ipotesi di usura, è necessario:

  • Accertare la stipula del contratto di finanziamento.
  • Riscontrare che gli interessi stabiliti contrattualmente, sebbene inferiori al tasso soglia di usura (con riguardo però al tasso medio), siano comunque sproporzionati rispetto al prestito effettuato.
  • Verificare lo stato di difficoltà economica-finanziaria del contraente passivo (soggetto richiedente) che ha pagato o promesso gli interessi in esame.

Conseguentemente alle prove apportate, si accerta il fatto (giuridico) penalmente rilevante (il reato) e l’illecito civile, anche se chi va a sottoscrivere il contratto, per conto dell’istituto bancario o finanziario, non fosse pienamente consapevole (dolo) dell’usurarietà del tasso d’interesse concordato.

Nota da sottolineare è la qualifica del reato di usura come reato di pericolo. Reato, questo, consistente nella mera messa in crisi/in pericolo di un certo bene giuridico protetto dalla norma penale; precedente, quindi, alla relativa e concreta offesa (anticipazione della tutela penale). L’altra faccia di questa generale distinzione di reati, è costituita dai reati di danno, punibili, invece, per effetto dello stesso evento dannoso/lesivo posto in essere (distruzione, alterazione in peggio, diminuzione di valore del bene giuridico). Secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, nel caso specifico dell’usura, viene punita non tanto un’azione specifica, quale l’effettivo incasso degli interessi usurari, bensì la predisposizione dello strumento, il semplice atto giuridico: il contratto è usurario anche quando il TAEG è solo potenzialmente usurario, quindi anche se non viene mai materialmente corrisposto alcun interesse eccedente il limite di legge o sproporzionato.

Tuttavia, il fine ultimo della perizia econometrica è quello di elaborare un preciso conteggio sulle somme indebitamente percepite dall’istituto bancario-finanziario. Il cliente può concordare così poi, con gli stessi periti-professionisti, la strategia di intervento più efficace per il recupero del maltolto.

Il percorso prediletto è quello stragiudiziale-bonario, appoggiato sovente dalla stessa banca: evitando le note lungaggini processuali, il cliente potrà così chiudere il contenzioso ottenendo il rimborso degli interessi che gli furono illegittimamente addebitati e ridisegnando il rapporto con l’istituto di credito, acquisendo potere di trattativa/contrattuale; la banca del resto, conscia degli illeciti commessi, evita in questo modo conseguenze economicamente più onerose e pericolosi danni d’immagine (capita infatti che la stessa banca, reputata artefice della trasgressione, chiami il cliente da lei offeso per un accordo, in cui inserisce una clausola di riservatezza per evitare la divulgazione del fatto).

Nel caso in cui, invece, l’istituto neghi la volontà di transare o non si riuscisse a raggiungere un accordo conveniente in via stragiudiziale, si procederà con l’attivazione della Conciliazione obbligatoria, necessaria quindi per entrambe le parti prima di giungere alla causa.

Qualora la Conciliazione si concluda senza il raggiungimento di un compromesso, vi saranno appositi avvocati in grado di sostenere efficacemente il cliente in tutte le fasi giudiziali. Spetterà pertanto al giudice la decisione circa il risarcimento da parte della banca del maltolto al cliente.

Da quanto esposto trapela che è sempre bene controllare i rapporti istaurati con gli enti creditizi, in quanto è prassi costante che questi, mettendo in atto comportamenti scorretti attraverso l’uso e la distribuzione di prodotti avariati e contaminati da illeciti ed errori contabili, “rubino” liquidità, gettando persino sul lastrico i clienti più deboli nel settore finanziario. L’arroganza unita alla forza priva di pietà dei potenti colossi possono così letteralmente schiacciare chi non ha gli strumenti per tutelarsi.

“Quando una famiglia non ha da mangiare perché deve pagare il mutuo agli usurai, no, quello non è cristiano, non è umano”, si è così scagliato contro l’usura Papa Francesco nel corso di un’Udienza generale, dopo aver citato le “Fondazioni associate alla Consulta nazionale antiusura”, incalzando il proverbio “L’usura è il miglior apostolo del diavolo”.
Si deve trovare il coraggio di mettere un punto a questo fenomeno raccapricciante, iniziando pertanto a non aver timore di schierarsi, in circostanze simili, contro gli stessi Signori del Credito perché, utilizzando gli strumenti del diritto e della giurisprudenza, quindi combattendo sullo stesso campo e con le stesse armi, è possibile sconfiggerli con successo.
Si deve far ciò con il fine di ripristinare legalità e giustizia sociale, spingendo le parti (banche-finanziarie e privati-aziende) a concedersi reciproca stima, correttezza, disponibilità e collaborazione come nei migliori tempi passati, per un Paese Italia che ha diritto di trovare e mantenere pace e serenità.

Oggigiorno, paradossalmente infatti, gli enti creditizi non stanno facendo niente di così sbagliato, lecitamente e/o eticamente parlando, perché si muovono sulla stessa lunghezza d’onda dello Stato: vengono applicate le tasse, gli interessi sulle tasse per poi capitalizzare gli stessi interessi sulle tasse, il tutto “abbellito” da altri interessi (passaggio Stato-Agenzia delle Entrate-Equitalia). L’usura è quindi anche sullo Stato. Tuttavia, gran parte di queste somme versate dal cittadino servono a pagare gli interessi su quel debito inestinguibile contratto dallo Stato a fronte del prestito di banconote via Bankitalia-BCE (fenomeno del “Signoraggio bancario” = potere del “signore” di emettere moneta con un valore nominale nettamente superiore al valore intrinseco, e quindi, di ricavare un guadagno dalla sovranità sulla moneta).